Indagini archeologiche a San Michele di Gaium

Emanuela Compri, archeologa

 

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Ancora una volta l’archeologia diviene lo strumento fondamentale per la ricostruzione delle vicende di un sito e di un luogo tanto affascinante quanto dimenticato qual è la chiesetta di San Michele Arcangelo di Gaium. Ridotto a poco più di un piccolo sacello, posto sulla sponda destra del fiume Adige oltre la Chiusa di Ceraino, ha celato per oltre cinquant’anni, coperto dalle macerie e dalla boscaglia, la reale entità e importanza rivestita nel passato per la cura d’anime della numerosa popolazione che vi affluiva dalle contrade vicine.

Lo scavo archeologico condotto tra l’Aprile e il Maggio 2009, sotto la direzione dalla dott.sa Brunella Bruno della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, ispettrice del nucleo operativo di Verona, è stato eseguito da Emanuela Compri e Luciano Pugliese, collaboratori della ditta Simon Thompson e da alcuni volontari. Le indagini hanno permesso di chiarire l’evoluzione del complesso ecclesiastico fin dalle sue prime fasi di vita.

A parte una piccola cappella e il campanile restaurati negli anni ’50 del novecento, all’apertura del cantiere archeologico erano visibili solo alcuni lacerti di murature addossate alla parete rocciosa che assieme alle notizie storiche, a qualche foto e alle descrizioni e ricordi degli anziani, costituivano il punto di partenza dei ricercatori.

L’indagine archeologica si è concentrata nella zona posta dietro l’attuale chiesetta. Le operazioni di disboscamento seguite dallo scorticamento dell’area hanno permesso nell’immediato di riportare alla luce i resti della chiesa cinquecentesca, voluta dai Conti Gaioni, ossia il grande edificio rimasto pressoché invariato fino ai rovinosi eventi bellici.

La chiesa edificata nel 1562 si presenta con un’aula unica di circa 19x10m affiancata da quattro altari laterali, orientata con la facciata a sud e il presbiterio a nord.

Nonostante i bombardamenti e le demolizioni conseguenti abbiano compromesso in modo prepotente la chiesa e la canonica che vi era annessa, parte della pavimentazione novecentesca, delle strutture murarie del fianco ovest decorate con fasce verticali dipinte di giallo, rosso e bianco, alcuni gradini di marmo di un altare laterale e dell’altare maggiore della chiesa, sono riemersi al di sotto le macerie che li ricoprivano.

Lungo l’asse centrale della navata sono state individuate e in parte scavate le due tombe ricordate dalle fonti storiche come appartenenti alla famiglia Gaion e Florio, private delle lastre di copertura e riempite con macerie edili e numerosi pezzi d’intonaco dipinto che decoravano le pareti dell’edificio. Al loro interno però si conservano ancora i numerosi resti ossei degli inumati e si presume che nel corso dei secoli abbiano continuato ad essere riutilizzate per la sepoltura.

L’attuale chiesetta, frutto di un restauro degli anni Cinquanta dell’architetto Libero Cecchini, svolgeva nel contesto della chiesa cinquecentesca la funzione cappella laterale e sacrestia. La lettura stratigrafica delle murature evidenzia che la sua realizzazione deve essere stata precedente alla ristrutturazione del 1500, probabilmente di un secolo prima. Per la sua costruzione era stata demolita l’abside della chiesa romanica, già individuata durante i restauri post-bellici al di sotto della pavimentazione dell’attuale chiesetta.

Lo scavo archeologico ha riportato alla luce i muri di fondazione della chiesa romanica, orientata canonicamente in senso est-ovest, con l’abside rivolta verso il fiume. Di questa chiesa, prima delle indagini, erano visibili oltre alla fondazione dell’abside, il campanile posto sul fianco nord e parte della muratura del cantonale sud -est, ma non si conosceva nulla della sua estensione e della sua articolazione interna. La chiesa romanica riemersa presenta una pianta ad aula unica di circa 10x5m mono absidata, con un annesso posto lungo il fianco nord a formare una piccola navata laterale della larghezza di 2,5m chiusa ad est dal campanile. Il muro sud, che dovrebbe corrispondere alla facciata è rimasto in alzato e riutilizzato come appoggio per la costruzione della fiancata laterale della chiesa cinquecentesca. L’analisi di questa muratura, realizzata in ciottoli legati con malta di calce in una tessitura muraria omogenea, rivela l’assenza di una facciata a vista a conseguenza della costruzione della muratura direttamente contro il monte. L’accesso alla chiesa doveva dunque avvenire dai fianchi laterali. Si è conservato solo un piccolo lacerto dei piani pavimentali riferibili a questa fase, che testimonia l’impiego di un lastricato in calcare bianco e rosso ammonitico posato direttamente su terra battuta. Tracce della spoliazione di una strutturina posta in prossimità dell’abside lascia presumere l’esistenza di un muro che separava il presbiterio, riservato agli officianti, dalla zona della chiesa che accoglieva i fedeli.

La presenza di quattro sepolture infantili in nuda terra e prive di corredo poste lungo il perimetrale nord interno della chiesa che la separa dalla navata laterale, accertano una funzione funeraria dell’edificio fin dalle sue fasi più antiche.

Le poche monete ritrovate e la quasi totale assenza di ceramica delle prime fasi dell’edificio non permettono di riuscire a datare in modo certo le strutture, che sembrano potersi ascrivere al XII-XIII secolo in ordine a confronti certi con altre architetture meglio datate sul territorio. In particolar modo la pianta della chiesa a due navate, tipologia architettonica abbastanza desueta, trova confronto nella chiesa romanica di San Zeno de l’Uselet a Castelletto di Brenzone, mentre la squadratura e sbozzatura dei blocchi di pietra utilizzati nei cantonali e nell’imposta dell’arcata absidale sono da mettere in relazione con in conci usati nelle murature della seconda fase della Bastia di San Michele a Cavaion veronese. Inoltre, sembra un dato incontrovertibile la totale assenza sul luogo di fondazione della chiesa di edifici e strutture più antiche, né sono stati rinvenuti materiali di spoglio romani che frequentemente venivano riutilizzati per la costruzione delle chiese medievali. Questi dati però non escludono a priori una frequentazione più antica di questo tratto di sponda d’Adige.

Gli archeologi abituati per prassi lavorativa a interpretare il dato materiale per la ricostruzione delle vicende e della vita di un sito, in questo contesto hanno potuto disporre di un elemento alquanto utile tanto raro quali le fonti orali. Sono i preziosi ricordi d’infanzia di chi aveva vissuto quei luoghi, di chi scendendo dalla montagna con gli zoccoli per recarsi in chiesa si fermava poco prima per mettersi le scarpe “della festa”, di chi entrava dalla porta laterale, quella degli uomini, percorrendo il selciato oggi riportato in luce, di chi ha vissuto le minacciose piene dell’Adige che distruggevano i bacchi da seta inondando le case. Di chi, rivedendo oggi la “sua chiesa”, ha gli occhi pieni di immagini, suoni e persone che vengono da lontano e che tornano a riempire un vuoto che per troppi anni ha segnato questo territorio e la sua gente.